Dal Lingotto ai nostri luoghi. Un filo ancora spezzato.

Da militante PD ho seguito i lavori del Lingotto. Tanti interventi, alcuni molto appassionati e appassionanti, il tentativo visibile di porre al centro non l’Io ma il collettivo. Concetto ribadito ogni 4 minuti da chiunque parlasse quasi da mettere il dubbio se non fosse in primis un esercizio di autoconvincimento del tutto comprensibile. Al netto delle battute la tre giorni del Lingotto, lo dico con profondo rispetto, mi ha lasciato nel complessivamente molto perplesso. Perplesso non per la bontà di alcuni interventi o per lo genuinità positiva di chi ha partecipato che è un fatto estremamente positivo ma perché ha mostrato tutti i limiti dello storytelling come metodo di rilancio, ha mostrato di nuovo tutti i limiti emersi dopo il 4 Dicembre quando anziché uscire dalla propria fortezza e capire cosa fosse successo e cosa non ha funzionato abbiamo preferito la via della autoreferenzialità convocando doverose direzioni ed assemblee senza però mai sentire l’esigenza di fare qualcosa per capire cosa fosse realmente accaduto portando fuori le nostre riflessioni.
Questa perplessità si è fatta certezza quando spenta la diretta streaming del Lingotto mi sono recato domenica mattina al Bar della Cooperativa, dove intorno ad un tavolo tra persone con cui condividiamo valori, ideali e anche una bellissima festa de L’Unità è emersa tutta questa contraddizione. È emersa la spaccatura generata da anni dove anche le cose buone fatte sono poco percepite, poco per via della “violenza” con cui sono state proposte, per via della prepotenza confusa con la velocità e a causa del mancato coinvolgimento dei circoli e dei nostri luoghi nella rielaborazione e diffusione di una scelta. Tutto è apparso come calato dall’alto da un unico Io generando così serie spaccature anche in importanti microcosmi come questo. Si è perso così il contatto con la realtà e questa cosa è emersa al Lingotto in tutta la sua forza. Proprio su questo, sul continuo celebrarsi come una comunità unita senza rendersi conto che quella comunità presente al Lingotto fatta di tanti amici e amiche è solo un pezzo della nostra gente, senza vedere che tanti e tante sono i compagni e le compagne che si sentono smarriti e a cui serve ridare un riferimento e soprattutto, che piaccia o meno, senza rendersi conto che la stagione dell’autosufficienza è finita e che se non vogliamo lasciare spazio alla destra oltre che ridurre le distanze sociali tra il centro e la periferia dobbiamo anche ridurre le distanze tra noi.
Domenica mattina intorno a quel tavolo ho ascoltato le tesi e le opinioni diverse di tutti ed è emersa un’ unica grande esigenza quella di tornare ad essere Uniti. Per farlo però abbiamo bisogno di uscire dal terreno dell’autocelebrazione e frequentare di più i nostri luoghi.  
La tre giorni del Lingotto sarebbe potuta essere l’occasione per riunire lì tutto il partito, facendo un evento unitario mettendo al centro i temi su cui discutere e avviando poi da lì tutti insieme una stagione congressuale. Poteva essere davvero come il Lingotto del 2007 ma così non è stato, perché la sensazione avuta è che si è scelto di parlare ancora una volta a chi abbiamo vicino, a chi la pensa come noi esaurendo lì in quella sala l’orizzonte a cui guardare; eppure non era tutta lì la comunità del partito e del centrosinistra, lì ce n’era solo un pezzo, sicuramente importante, ma sembra che nessuno se ne sia accorto.
Come dal centro alle periferie, cosi dal Partito ai territori Renzi mostra di aver perso il filo che lega una comunità. Ritrovare e riallacciare quel filo è oggi l’esigenza più importante. Unire è l’unica soluzione, pensare che basti solo un leader un’illusione che da anni coltiviamo e che sino ad ora non ha portato da nessuna parte. Il “noi” non basta annunciarlo ma serve praticarlo come ha spiegato bene Nicola Zingaretti: ” Scelgo Orlando perché serve un Pd nuovo, aperto, democratico libero, non nelle parole ma nella pratica, servono leader che uniscano non capi che impongono. Dobbiamo stare attenti alla distanza tra il Pd che vogliamo e la verità che si incontra, bisogna stare attenti all’effetto del Truman show”.
Lorenzo
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