Il congresso. La mia scelta.

Si dice giustamente che le scelte che siamo chiamati a fare devono essere sempre ben ponderate. In questi giorni da iscritto, da militante, da segretario di circolo e da membro della segreteria provinciale del PD di Monza Brianza ho seguito con apprensione e attenzione le dinamiche che ci hanno portato a questo congresso di cui da pochi giorni si è avviato il percorso. Sono stati giorni difficili e complicati dove un pezzo di PD, sbagliando secondo me, ha deciso di andarsene nell’indifferenza di alcuni. Da troppo tempo nel partito era in atto uno scontro tra sordi e da dopo il referendum è venuta meno la volontà di tutti di provare a ricucire una ferita lasciata sanguinare per troppo tempo.

A tutto ciò si è sommata l’attesa per capire quali fossero i tempi congressuali, le date, le discussioni e la fatidica data del voto che, grazie allo sforzo di alcuni membri della commissione congressuale, è stata fissata il 30 aprile e non il 9 come Renzi in maniera sciagurata aveva proposto. Dico sciagurata perché sono fortemente convinto che questa corsa al congresso non poteva essere ridotta ad una semplice conta ma anzi che, in un momento storico internazionale a dir poco particolare e pericoloso, il più grande partito della sinistra riformista Italiana avviasse un confronto ampio e profondo che avesse nella leadership l’ultimo dei temi da affrontare ma non perché meno importante ma perché non ne risultasse svuotato l’intero dibattito. Detto questo, anche se si poteva fare di più, si aprono due mesi di discussione, si apre davanti a noi la possibilità di allargare il nostro sguardo portandolo innanzitutto in quei posti dove da un po’ di tempo facciamo fatica ad arrivare cioè alle periferie, siano esse quelle delle nostre città o quelle del mondo. Dalla Brexit alla vittoria di Trump passando per l’ascesa della Le Pen e dal risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre, il mondo occidentale costruito sulle solide fondamenta della democrazia sembra essere andato in crisi. L’apatia generalizzata verso la cultura, il consumismo sfrenato ed infine una globalizzazione, seppur necessaria, profondamente malata hanno messo in crisi prima i riferimenti valoriali e identitari su cui abbiamo fondato la nostra pacifica convivenza e poi con la crisi economica travolto fette di popolazioni accrescendo disuguaglianze ed ingiustizie e spalancando così la strada alla destra e ai populismi che si presentano oggi con volti discriminatori e soluzioni che guardano al passato.

In Italia, nella fattispecie il 4 dicembre,il malessere e il dissenso di fette di popolazione duramente colpite dalla crisi di questi anni si è manifestato in maniera forte soprattutto tra i giovani. Si è manifestato un dissenso così ampio nonostante il PD e il governo abbiano avuto in questi anni la capacità di invertire i numeri e trasformare alcuni meno in più, dal Pil, alla produzione industriale sino all’occupazione (seppur con alcune questioni da chiarire). Ciò non è bastato perché oltre ad essere lenta la crescita non è arrivata in modo omogeneo sul paese e le zone più deboli sono rimaste deboli. Tutto ciò si è scontrato con una comunicazione che doveva legittimamente rivendicare il lavoro fatto ma che era intrisa di un ottimismo esasperato e difficilmente comprensibile a chi le difficoltà le sentiva ancora addosso. È su questo e altri aspetti che è mancata in questi mesi l’analisi post referendaria di Renzi, risultando quindi secondo me del tutto deficitaria e approssimativa.

Matteo Renzi è stato protagonista di questa stagione fatta di luce e ombre. Lo è stato incarnando quella sinistra riformista e liberale che, rappresentando una novità in Italia e quindi una speranza, ha provato a guidare il paese fuori dalla crisi ma venendo meno anno dopo anno a quella capacità di aggregazione e condivisione sfociata nel culto dell’Io e nella totale mancanza di gestione sui territori del partito, mai di fatto coinvolti nelle scelte più importanti. Eppure è giusto rivendicare che i 1000 giorni di governo sono serviti a lasciare l’Italia meglio di come la si era trovata e più giusta anche sul piano dei diritti. Se così è stato, il merito è anche di tanti compagni e compagne di partito che si sono rimboccati le maniche e hanno provato ad incidere nelle decisioni risultando decisivi nella legge sulle unioni civili, il caporalato, il dopo di noi e nella battaglia per un’Europa più concentrata sulla crescita che sull’austerity. Hanno saputo incarnare al meglio questo spirito di unità nella pluralità. Eppure ad alcuni di loro e anche a me le analisi e le risposte messe in campo dopo l’esito referendario sono apparse largamente insoddisfacenti. Tra questi compagni, in questi giorni, chi ha saputo fare meglio di tutti la analisi politica della situazione e provato davvero ad unire è Andrea Orlando che, oltre ad essere un ottimo Ministro della Giustizia, ha sempre agito nel rispetto della comunità e del leader del nostro partito. Per queste tante ragioni, anche se solo qui abbozzate, ho deciso di sostenerlo al prossimo congresso.
Perché il congresso deve essere un momento identitario rivendicando dunque che la subalternità della sinistra al liberismo degli ultimi anni non è più la via maestra nel mondo di oggi. Perché oggi non ci serve in primis un leader capace di comunicare ma una persona che anteponga all’io i contenuti e le proposte. Perché nell’intricato e difficile mondo di oggi servono persone che più che parlare sappiano unire. Perché guardando avanti alle sfide che ci aspettano ci servirà riavere un centrosinistra e quindi un fronte progressista unito.
Andrea Orlando può fare questo e questa oggi è la cosa più importante ragione per cui sto con lui.
Lorenzo
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